Mercoledì Giu 19

Dalla fabbrica del cioccolato alla città del cioccolato

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willy_guarducci

Non c’è crisi globale che tenga: come ogni anno a Perugia, più puntuale delle tasse, ha avuto inizio EUROCHOCOLATE, manifestazione ideata da Eugenio Guarducci, uomo che tutti i cittadini non dimenticano mai di ringraziare ogni mattina appena svegli.
Come ogni anno la città diventa invivibile, bloccata da ingenui turisti (ai quali si perdona il non sapere che gli stessi prodotti venduti negli stand si possono comprare ad un prezzo molto più onesto in qualsiasi supermercato durante tutto l’anno) e da perugini letteralmente impazziti (ai quali non si può invece perdonare nulla).

Le scene che si svolgono in centro durante questi giorni hanno del raccapricciante: persone che si prendono a spintoni cercando di agguantare un biscotto omaggio lanciato da una torretta, padroni che comprano cibo al cioccolato per i loro cani chiedendo anche magari di assaggiarlo prima loro, pezzi di cioccolato buttati a terra che impastano l’intero corso (e per fortuna che si parla di fame nel mondo…). Per chiunque abbia un po’ di buonsenso tutto ciò appare sconvolgente. Soprattutto se ci mettiamo a pensare alla storia di quel cioccolato, alla sua provenienza.
Infatti i maggiori paesi produttori di cioccolato sono la Costa d’Avorio, il Ghana e l’Ecuador, dove il commercio è principalmente nelle mani delle multinazionali. Il lavoro sporco all’interno delle piantagioni di cacao è svolto da bambini provenienti da varie zone disagiate del mondo. Potremmo dunque dire che questo commercio miliardario, trae gran parte dei suoi profitti  dal traffico e dallo sfruttamento all’interno delle coltivazioni di minori. Mano d’opera infantile tenuta in condizioni di autentica schiavitù, poiché i bambini vengono comprati nei Paesi più poveri, come il Benin, il Mali, il Togo, la Repubblica Centrafricana, da emissari che li pagano alle famiglie l’equivalente di trenta Euro a testa, rivenduti a più del triplo a degli intermediari che a loro volta li cedono, naturalmente guadagnandoci, ai proprietari  delle piantagioni di cacao, di preferenza in Costa d’Avorio, il più grande produttore ed esportatore mondiale di materia prima.
Tra l’altro alcuni degli sponsor della manifestazione sono legati alla multinazionale Nestlè, la quale ha svariate filiali in gran parte dei paesi sottosviluppati del mondo (ma guarda te che caso…). Infatti alcuni stand sono riservati proprio alla Perugina (inglobata dalla multinazionale qualche anno fa) ed alla Nescafè. Ci rechiamo dunque ad una manifestazione senza sapere che ciò che compriamo e consumiamo in realtà va a finanziare sfruttatori senza nessuno scrupolo etico. Come al solito basiamo il nostro benessere e l’appagamento dei nostri desideri sul malessere altrui.

Cosa fare dunque? Non toccare più cioccolato?
No, stare solo attenti ai prodotti che consumiamo, alla loro provenienza “equa e solidale”. Dobbiamo cercare di capire se quello che stiamo per mangiare è stato prodotto attraverso lo sfruttamento di persone e territori: se sopravviene qualche dubbio meglio rinunciare e scegliere qualcosa di più adatto per il palato come per la coscienza.
Anche la città di Perugia potrebbe cercare di non buttare via totalmente questa manifestazione, ma di riformularla in maniera diversa: si potrebbe coinvolgere l’intera area urbana e non solo il centro storico in modo da evitare anche la calca pazzesca. Si potrebbe portare una ventata di dolcezza nei parchi diventati ora mercati dello spaccio, coinvolgere le piccole botteghe che si trovano nelle viuzze del centro storico, dare risalto alle aziende artigianali cioccolatiere che producono questo prodotto evitando componenti chimiche. E in tutto questo ci potrebbe anche essere spazio per l’ecologia: per 10 giorni basta automobili. Rendiamo di nuovo l’aria della nostra città respirabile. Portiamo  i turisti a VIVERE Perugia e non solo a visitarla come se fosse il paese del cioccolato.

Le proposte potrebbero essere ancora tantissime per migliorare una manifestazione in cui ormai il cioccolato ha lo stesso profumo dei soldi.

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